Ormai è come sparare sulla Croce Rossa. Il nord dei piazzali della logistica e di parte della GDO sono stati messi sotto scacco dalla Procura di Milano. Sembrano interventi “fotocopia”. Stupisce che le insegne coinvolte sembrino rassegnate a subirne l’iniziativa senza reagire. Non è normale. Capisco i primi della lista presi alla sprovvista ma l’elenco dei coinvolti è lungo e le contestazioni sembrano sempre le stesse per tutti. Non ho elementi di prima mano ma l’intera vicenda sembra segua uno schema preciso. L’ipotesi di reato è sempre la stessa: dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture per operazioni inesistenti. Per la Procura il rapporto coinvolge sicuramente l’appaltante come l’appaltatore. Esisterebbe quindi una responsabilità soggettiva.
Nella logistica, ove spesso alcune lavorazioni sono demandate a terzi in forza di contratti di appalto, si è sempre più diffuso l’utilizzo, da parte delle aziende committenti, di sistemi informatici per la direzione e il controllo dei lavoratori formalmente dipendenti delle appaltatrici. Per la Procura ci sarebbe quindi una sorta di “eterodirezione algoritmica”. Punto credo contestato dalle realtà coinvolte. Su questo assunto (la costruzione della tariffa e quindi il livello di coinvolgimento del committente) si basa l’intero teorema accusatorio. Non solo in quest’ultimo caso. Perché, se dimostrato, per gli inquirenti il risultato è che «il committente fin dalla stipula sapeva esattamente che le tariffe imposte (e quindi non negoziate) avrebbero creato conseguenze evidenti sia sull’appaltante che sull’eventuale terzista. Secondo i magistrati inquirenti, il programma informatico che gestisce i lavoratori della società-serbatoio «è infatti pacificamente nella disponibilità del committente, e i dati che vi sono immessi, nonché l’algoritmo sulla base del quale vengono trattati, si traducono in disposizioni di lavoro che sono al di fuori della sfera di competenza dell’appaltatore». Nella “etero organizzazione” il committente può definire le modalità di inserimento della prestazione, distinguendosi dal “potere direttivo” che, invece, si declina in modo puntuale sulle specifiche modalità esecutive della prestazione. Come è evidente si tratta di confini giuslavoristici che la tecnologia e l’intera gig economy hanno spostato più in là e che andrebbero meglio definiti giuridicamente. Altrimenti è scontato il rischio di interpretazioni opposte.
Nello specifico, a Iperal sono stati sequestrati 16.508.913,91 euro e a Kuehne+Nagel 16.498.638,09 euro, per un totale di oltre 33 milioni. Il Nucleo di Polizia Economico Finanziaria della Guardia di Finanza di Milano sottolinea «significativi elementi di riscontro sulla consapevolezza di Kuehne+Nagel delle criticità fiscali e contributive dei propri fornitori, e dell’ingerenza ed eterodirezione nella gestione dei dipendenti formalmente in forza alle società fornitrici», il che conduce i pm Storari e Valentina Mondovì a indagare la società in base alla legge 231 del 2001 sulla responsabilità amministrativa degli enti per i reati commessi dai dirigenti nell’interesse aziendale. Tra questi elementi ci sono le dichiarazioni di un manager di una delle società-serbatoio (Samag holding logistics) già coinvolto l’anno scorso nell’inchiesta sulla logistica di Gls, che accusava I committenti di “decidere come costruire la tariffa”.
Un comunicato della Procura spiega che, in base a quanto ricostruito dalle indagini, le due società hanno “utilizzato fatture per operazioni giuridicamente inesistenti emesse dalle proprie appaltatrici di servizi, a fronte di contratti di appalto, imponibili Iva, simulati per schermare una reale somministrazione di manodopera“, allo scopo di “abbattere il proprio carico impositivo e previdenziale e avvantaggiarsi del risparmio d’imposta risultante dall’illecita detrazione dell’Iva“. In pratica, come emerso in molte altre indagini milanesi, secondo i pm anche in questo caso avevano creato un “sistema” per garantirsi “tariffe altamente competitive” sul mercato, appaltando manodopera in modo irregolare a cooperative e società “filtro“, che assumevano formalmente i lavoratori, per servizi di logistica e “movimentazione merci”. Un sistema che per gli inquirenti favoriva “lo sfruttamento dei lavoratori” e “pratiche di concorrenza sleale“. Nei decreti di sequestro si sottolinea che con le precedenti inchieste sui “serbatoi di manodopera” – che hanno riguardato altre realtà della GDO, della logistica, dei trasporti e dei servizi di vigilanza – la Procura guidata da Marcello Viola non solo ha recuperato oltre 550 milioni di euro di risarcimenti fiscali all’Agenzia delle entrate, un dato già emerso e sempre in aggiornamento, ma ha ottenuto dalle aziende anche la stabilizzazione di oltre 49mila lavoratori, che prima erano “in balia delle società serbatoio”.
Una sorta di “supplenza” giudiziaria che sostituirebbe sindacati e Agenzia delle Entrate. E, stando alle indagini e alle realtà coinvolte, altro punto che fatico a comprendere, i reati sarebbero emersi solo al nord. Oltre alle due società, indagate per la legge sulla responsabilità amministrativa degli enti, i PM contestano l’ipotesi di dichiarazione fraudolenta con false fatture al 63enne Ruggero Poli, manager per l’Italia del gruppo svizzero e firmatario delle dichiarazioni iva tra 2019 e 2022 e all’amministratore delegato di Iperal, il 65enne Antonio Tirelli, per le dichiarazioni fiscali dal 2020 al 2023. Le fiamme gialle hanno perquisito i locali ed i sistemi informatici di entrambe le società. Chi sarà il prossimo?